E' una di quelle giornate che mi piacerebbe passare a letto, sepolta sotto le coperte con Fitzban al mio fianco a fare le fusa: nuvolosa, umida e deprimente.
Ma devo uscire dal Clan, ho bisogno di allontanarmene e stare un po' sola con i miei pensieri: è l'Anniversario della morte del mio mentore.
Esco dal Clan a passo pesante, la mente un turbinio di pensieri e sentimenti tristi e gelidi, ma sotto questo primo strato ribolle la rabbia di una ragazza a cui è stata strappata ogni cosa.
"Maledizione!!"Sferro un pugno al tronco di un albero lì vicino e apro una crepa nel legno giovane e verde. Le nocche della mano si gonfiano immediatamente e temo di essermi rotta qualche osso, ma visto il mio stato d'animo la cosa mi sfiora a mala pena.
Proseguo nel mio cammino a testa bassa, rimuginando tra di me e calciando di tanto in tanto qualche sasso che mi capita davanti.
*Se solo Lei fosse ancora qui, Maestro... ora io sarei solamente la sua vice e potrei essere semplicemente me stessa e imparare da Lei ogni cosa... invece mi siete stato strappato!*Lancio un grido di rabbia, cercando di sfogare tutti quei sentimenti che mi attanagliano e mi strangolano.
Nonostante la mia giovane età il mio cuore è divenuto arido e difficilmente riesco a provare un qualche sentimento positivo.
La foresta oggi è particolarmente silenziosa, ma non ci faccio caso, i miei passi alzano nuvolette di polvere dal sentiero di terra battuta, appiattendo i pochi cuiffi d'erba che vi crescono.
I capelli stretti in una lunga treccia sbattono con ritmo regolare sulla mia schiena, quasi cullandomi.
I miei pensieri vagano tra i ricordi del breve periodo in cui sono stata al Suo fianco e tutti i suoi insegnamenti mi tornano in mente atraverso una serie di immagini. Con mio grande stupore le immagini più freqquenti e che indugiano più a lungo sono quelle dei rari momenti d'affetto che ci sono stati: una pacca, un breve abbraccio, una carezza, una mano sulla testa a scompigliare i capelli, un sorriso... Cose semplici, ma che a me sembrano rare e preziose. Nella mia vita ho avuto davvero pochi momenti di vero affetto e da quando è morto il mio Maestro, li ho avuti solo con il piccolo e lui non è proprio un essere umano, non può darmi quel calore che invece potrebbe darmi una persona.
Sospiro abbattuta perchè mi rendo conto che data la mi posizione all'interno del Clan non potrò mai allacciare dei veri rapporti.
Senza rendermene conto mi sono diretta verso la piana. Alzo la testa e il mio sguardo spazia liberamente per la distesa erbosa. Ad un certo punto un masso grigio, all'apparenza senza nulla di particolare, blocca la mia visuale.
Una lacrima comincia a scivolare lungo la mia guancia mentre con passo malfermo mi dirigo verso il masso. Arrivata vicino poggio le mani su di esso e lo guardo perdendomi nei ricordi.
CITAZIONE
Una giornata soleggiata illumina la piana, il mio Maestro è in cima alla roccia, sdraiato, intento a godersi il Sole. Io, seduta ai piedi del masso sono impegnata ad affilare le nostre armi. Le mie spade gemelle giacciono al mio fianco, ancora nei loro foderi, e tra le mie mani riluce lo spadone a due mani del mio Maestro.
"Kishu, stai attenta a non tagliarti..."
"D'accordo..."
Alzo il viso per guardarlo, ma lui è ancora sdraiato a occhi chiusi, il volto verso il cielo. Torno al mio lavoro concentrandomi, le sopracciglia aggrottate e le mani che si muovono agilmente. Una piccola nuvola oscura il Sole e levo gli occhi a guardarla.
"Speriamo che si mantenga il bel tempo, vero Maestro?"
Un dolore lancinante e nell'aria l'odore del sangue.
Con gli occhi spalancati guardo il sangue colare dal palmo della mia mano fino a terra. In breve l'erba e i miei pantaloni si tingono di rosso, ma non un grido o un gemito sfugge alle mie labbra: temo l'ira di Lui.
Attratto dall'improvviso silenzio il Maestro mi richiama.
"Che succede Shandra?"
Affrettandomi a tamponare la ferita e a nascondere la mano gli rispondo.
"Nulla! Stavo solo guardando il lavoro svolto..."
La mia voce è troppo acuta e Lui se ne accorge. Si tira a sedere e mi guarda. Freneticamente cerco un modo per nascondere il sangue e la ferita che comincia a bruciare da morire. Con un salto è accanto a me e si inginocchia guardandomi serio. Mi afferra il braccio e cerca di attirare la mia mano al suo viso. Cerco di opporre resistenza, ma una sua occhiata severa mi fa deisistere. Allungo la mano e abbasso il capo, preparandomi alla ramanzina. Lui osserva la mano, poi prende un fazzoletto candidissimo e comincia a pulirmi via il sangue, poi mi fascia la mano.
"Devi stare attenta, piccola Kishu: sei una guerriera e una ferita alla mano può esserti di intralcio..."
Annuisco e trattengo il fiato quando lui prima stringe la mia mano tra le sue e poi mi abbraccia brevemente.
Si alza e afferra la spada.
"Sei la prima persona di cui questa lama beve il sangue ma di cui non recide la vita: sarà tua, un giorno."
Alzo il volto a guardarlo, stringendo i lembi del fazzolettino.
Apro gli occhi e sfioro l'impugnatura dello spadone che spunta dalla mia spalla destra. Sorrido ai ricordi e ai gesti d'affetto portati quel giorno.
Ma la rabbia monta ancora più violenta quando mi sovviene che mai più potranno esserci questi momenti per me.
Con uno scatto stizzito mi allontano da quella roccia che per me rappresenta un misto troppo forte di emozioni contrastanti.
Mi tolgo il cinturone con le sapde gemelle e lo getto da una parte. Estraggo la pesante spada, distendo le braccia e poggio la punta a terra e tiro un profondo respiro cercando di allontanare le lacrime che rigavano il mio volto.
Apro gli occhi e sollevo la spada in un semicerchio, portandola a destra, mentre il piede sinistro si porta avanti, per equilibrare la posizione.
Facendola ruotare all'indietro porto la lama in avanti, parallela al terreno. La gamba destra segue il gesto e si porta in avanti, il ginocchio leggermente piegato, il peso del corpo su di esso.
I morbidi stivali neri si piegano cedevoli, mentre la tunica rossa asseconda i miei movimenti avvolgendosi attillata attorno al mio corpo teso nella posizione.
Giro la spalla destra indietro, facendo seguire il corpo, poi la spada segue un mezzo arco passando alta e si ferma all'altezza della spalla, una sola mano sull'impugantura. Co un movimento lento porto anche il piede destro in posizione: esattamente in parallelo con la spalla.
Proseguo per parecchio tempo con gesti secchi o lenti, solo per allenare i muscoli e sgomberare la mente dai nefasti pensieri che l'assediano.
Quando mi fermo sono sudata ma rilassata. Alzo il volto al cielo ed inspiro, piantando la spada nel terreno e poggiandomici contro.
"Maestro, le giuro di continuare ad essere il Capo-Clan e la guerriera che lei avrebbe voluto!"Rialzo la spada e mi appresto a riprendere gli esercizi, la mente e il cuore di nuovo colmi di rabbia e dolore: com'è strano a volte il cuore... Un attimo prima è tranquillo, un attimo dopo è in balia di una tempesta...
Edited by Kishu - 11/3/2008, 16:33